RENATO GUTTUSO

RENATO GUTTUSO

Renato Guttuso è stato uno dei più grandi artisti italiani del Novecento, attento filosofo del suo tempo, cronista cromatico della condizione degli ultimi, pittore dimenticato dopo la sua morte, non tanto per la qualità della sua arte, ma perché uomo legato a un mondo che con il crollo del Muro di Berlino stava per essere confinato nelle pagine dei libri di storia.

di Pasquale Di Matteo

RENATO GUTTUSO: LA MORALE

L’arte di Guttuso nasce dai meccanismi dell’epoca in cui è vissuto e della quale l’artista siciliano è stato narratore indiscusso, capace di analizzare fatti e circostanze scaturite dal secolo dei totalitarismi, trasformandoli grazie a una spiccata capacità di ragionamento e di una grande empatia, per poi declinare i propri messaggi nella sua arte, fatta di racconti di colore.

Renato Guttuso era nato nel 1912, a Bagheria, in una famiglia del ceto medio.

La Sicilia del tempo vedeva la società divisa in tre categorie distinte: i proprietari terrieri, che in parte dettavano legge, entravano in politica e vivevano nel benessere; i contadini, che venivano sfruttati dai proprietari dei grandi latifondi e vivevano di stenti; quelli che stavano nel mezzo, che andavano avanti con piccoli o grandi crimini, sfruttando una posizione sociale invidiabile, o sgomitando quando si proveniva dalla classe sfruttata.

In fondo, si trattava per lo più dei delusi dall’Unità dello stivale, di quelli a cui erano state fatte promesse dai mazziniani mai mantenute.

Della nobiltà siciliana tratta ampiamente Verga, nei suoi lavori, mentre tutti i più grandi autori dell’isola hanno in parte sviscerato l’enigmatica società siciliana del Novecento.

Da bambino, Renato Guttuso giocava di frequente negli spazi intorno a Villa Palagonia, una costruzione aristocratica non lontana dalla casa in cui abitava, il cui giardino era circondato da decine di statue inquietanti, raffigurazioni di mostri e di scene violente che, sebbene bambino, dovevano dare un senso al giovane artista del pensiero aristocratico e della netta dicotomia che esisteva tra chi viveva nel lusso e chi di stenti.

Fu in tale contesto che, probabilmente, si svilupparono il senso morale di Guttuso e quell’attenzione alle dinamiche sociali che ne fecero uno dei più importanti artisti internazionali del Socialismo reale.

Renato Guttuso arrivò a Roma per la prima volta nel 1931, quando fu inizialmente rapito dal malinconico romanticismo dell’arte di artisti del calibro di Mario Mafai e di Scipione, nome d’arte di Gino Bonichi.

Il primo dipingeva scene comuni, soprattutto nature morte in cui esaltava la capacità della vita di rinascere dalle macerie della guerra, mentre Scipione metteva su tela la sua visione onirica del mondo, con piazze vuote, associazioni angosciose, da apocalisse, attraverso i quali l’artista dava enfasi alla solitudine sociale.

Altra figura che influenzò notevolmente Renato Guttuso fu senza dubbio il medico, pittore e scrittore, Carlo Levi, antifascista e attivista di sinistra che rivolgeva attenzione e lavori nei confronti di quel mondo contadino e povero soggiogato dai potenti.

Fu probabilmente lo stesso Levi a introdurre Guttuso nel mondo della poesia ermetica, che in quel tempo vedeva esplodere i capolavori di grandi autori, tra i quali: Montale; Ungaretti e Quasimodo.

E proprio dall’opposizione dell’ermetismo al pathos di D’annunzio e alla retorica di Marinetti, Guttuso trasse ispirazione e motivo d’analisi per avvicinarsi all’essenza delle cose e al loro legame con l’essere umano.

Ecco dunque, che glorificare il potere con versi altisonanti o dipingere il duce a cavallo diventavano attività sospette, non vere, in contrasto con la modernità, tanto che gli artisti, come lo stesso Guttuso fece, preferivano parlare di cose più pacate, quasi intime, come OSSI DI SEPPIA, nel caso di Montale, oppure rappresentare nature morte.

D’altro canto, serpeggiavano i nomi di quelli che stavano rinnovando il mondo dell’arte anche nel resto d’Europa e si discuteva delle tendenze avviate da maestri del calibro di Picasso e di Matisse, sebbene la dittatura fascista impedisse che tali influenze giungessero in Italia.

Fu proprio Renato Guttuso a scrivere un saggio su Picasso, nel 1933, nonostante non avesse mai visto un suo quadro.

Nel 1937, a Guttuso fu regalata una cartolina con la raffigurazione di Guernica, l’opera di Picasso che ricorda il bombardamento della città spagnola durante la guerra civile.

Fu una circostanza che influenzò prepotentemente l’arte di Guttuso, perché quei temi erano i suoi, l’attenzione della condizione dei più deboli gli apparteneva e Picasso gli aveva dato il codice per interpretarli e declinarli sulla tela.

Guttuso capì che, grazie al Cubismo e al genio del pittore spagnolo, era possibile andare oltre la costruzione formale dell’immagine, trascendendo i vincoli e gli schemi delle scuole classiche.

Guernica fu un’opera fondamentale, non soltanto a livello artistico, ma anche in ambito politico e sociale, poiché contribuì alla nascita di una resistenza al fascismo, in Italia, evidenza che si nota anche nelle opere di quel periodo del pittore siciliano, in cui regnano l’angoscia e la rabbia nei confronti del regime mussoliniano.

Tuttavia, la sua discesa in politica avvenne soltanto nel 1940, all’indomani dell’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale, quando l’artista si iscrisse al Partito Comunista.

Influenzato dallo stile di Picasso e dando sfogo ai temi del suo credo politico, Guttuso diede vita a molti disegni in cui rappresentava tori infuriati, scene di violenza, di omicidi, di rappresaglie, che poi raccolse nella cartella GOTT MIT UNS.

RENATO GUTTUSO: LA PITTURA

La sua pittura, fino ad allora vicina al fauvismo, vivace ed espressivamente affine ai lavori di Van Gogh e di Soutine, si evolse verso una concezione dello spazio più complessa.

La sua sperimentazione e la contaminazione con i lavori di altri maestri, nonché l’epoca in cui era incastrato, portarono Guttuso a rivisitare il protagonismo degli oggetti e dei colori, ai quali cominciò a dare un senso più metaforico e iconico, anche se non abbandonò mai il classicismo, mitigando serie di lavori più innovativi a opere riconducibili al passato, come FUCILAZIONE IN CAMPAGNA.

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FUCILAZIONE IN CAMPAGNA, Guttuso – Immagine di Proprietà del Web

Si avvicinò al Cubismo, pur restandone ai margini, perché gli oggetti, per Guttuso, avevano una dignità ch’egli non deturperà mai, strutturando uno stile personale, una visione del movimento in cui persevera la realtà, pur nella prepotenza dell’espressione narrativa.

Questa visione del reale la si nota in maniera netta ed esaustiva in CROCIFISSIONE.

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CROCIFISSIONE, di Renato Guttuso – Immagine di Proprietà del Web

RENATO GUTTUSO: CROCIFISSIONE

In quest’opera, il pittore siciliano strutturò l’immagine come un prisma, con tante sfaccettature di colore a dare forma a oggetti e figure.

Diversamente da come era stato affrontato il tema fino ad allora, Guttuso pose le croci in diagonale, limitando i piani dello spazio.

Intorno, poche figure umane: due cavalieri e tre donne addolorate, tra cui la Maddalena, che, completamente nuda, si avvinghia al Cristo sulla croce, contorcendosi per la disperazione.

Altra peculiarità di quest’opera è rappresentata dal fatto che il volto del Cristo non è visibile, perché coperto dalla croce antistante e lo si riconosce solo per il drappo bianco e per la corona di spine sul capo.

La scena, nella sua esaltazione prismatica della spazialità, assume dimensioni differenti, a seconda dei punti di vista e delle differenti focalizzazioni, trasportando la storia e l’angoscia in un vortice in cui il tempo diventa un loop, nonché metafora delle angosce e delle sofferenze delle epoche successive, perciò opera universale.

Gli sconfitti, i condannati, hanno il capo chino, mentre i vincitori, stanno dritti, in sella al cavallo, e uno si mostra in volto.

La santità del figlio di Dio si manifesta nella carnagione bianca, mentre i due altri crocifissi vedono cadaveri di un rosso fuoco, di stampo demoniaco, e di una tonalità di verde che richiama la putrefazione e la perdizione.

La struttura dell’opera volge verso l’alto, con la croce del Cristo e quella alle sue spalle, a cui segue il paesaggio sullo sfondo, mentre, sul vertice destro, il cadavere dalle carni rosse è legato a una croce posizionata in maniera opposta, frontalmente al Cristo, quasi a volerne chiedere grazia e, allo stesso tempo, rappresentando la perdizione causata da un moto in contrasto a quello ascensionale del resto dell’opera.

Al cavallo blu su cui troneggia fiero un cavaliere, fa da contrasto il cavallo grigio in primo piano, che sembra rifiutare non soltanto quanto offerto dal suo padrone, ma l’intera circostanza.

La fede politica si manifesta nei pungi chiusi del Cristo e del crocefisso alle sue spalle, nonché nel drappo rosso sul cavallo ribelle, invito a resistere ai soprusi e alla crudeltà dei dispotismi.

La tela richiama una costruzione derivante dalla sperimentazione picassiana, sia nei corpi squadrati e spigolosi, sia nel posizionamento dei vari elementi, eppure presenta diverse altre influenze, come la dinamica rotatoria e ascensionale della scena, che riconduce agli studi di Cézanne, oppure come le case in lontananza, ricordo di una pittura del passato.

Infine, l’universalità di quest’opera si declina anche attraverso la stesura netta e definita dei colori, che danno forma a un espressionismo raffinato in cui la struttura, le cromie e la pennellata contribuiscono di concerto ad esaltare il tema trattato.

L’opera si classificò al secondo posto al prestigioso Premio Bergamo, ma scatenò il rifiuto da parte di borghesi e mondo ecclesiastico.

RENATO GUTTUSO: ESPRESSIONISMO REALISTICO

La maturità stilistica di Guttuso esplose conclusa la Seconda Guerra mondiale, quando la direzione dell’internazionale comunista dichiarò il Realismo Socialista lo stile della rivoluzione, circostanza che spinse Guttuso a continuare sulla strada intrapresa.

Le sue figure, tuttavia, non cominciarono a smontarsi, come nel Cubismo picassiano, perché a Guttuso interessava raccontare la società e le dinamiche che la svelano, per cui esagerare nella stilizzazione sarebbe risultato svilente per lo stesso messaggio dell’opera.

L’arte di Guttuso si espleta nel suo racconto sociale, nel bisogno di sviscerarne la realtà, enfatizzando gli aspetti negativi del divenire, arrivando ad anticipare il materialismo esploso nel nostro tempo.

Non a caso, uno dei temi ricorrenti in Guttuso è quello del ballo, visto come elemento di rottura, di voglia di trasgredire, sostituendo le danze tradizionali con i nuovi stili moderni, un inno alla vita e alla positività con cui aprirsi al futuro, evocando e pretendendo un cambiamento.

I suoi lavori non sono semplicemente opere pittoriche, ma aneddoti, articoli, storie, racconti, vicissitudini, ammonimenti, di un cronista del suo tempo animato dal desiderio di far capire agli uomini che solo nella ribellione si evita l’appiattimento al potere.

La carne, le braccia nude, spesso i corpi, sono fondamentali nell’arte di Guttuso, perché rappresentano la ricerca dell’essenza, contraria agli orpelli con cui il mondo dei potenti tentava di distinguersi dagli umili e  da quei contadini verso cui l’artista aveva un’attenzione particolare.

RENATO GUTTUSO: I FUNERALI DI TOGLIATTI

Alla morte di Palmiro Togliatti, Guttuso dedicò un’imponente opera, 440×340.

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I FUNERALI DI TOGLIATTI, Guttuso – Immagine di Proprietà del Web

Uno spaccato della storia del Partito Comunista, in cui l’artista pose personalità contemporanee e del passato del mondo sindacale, uomini di partito, intellettuali, in una ricostruzione senza tempo con la quale Guttuso ricordava come le grandi battaglie si vincono insieme, con il contributo di tutti, di persone di diverse competenze ed estrazione sociale, nonché il fatto che i risultati sono spesso processi che necessitano di anni, ma anche che, in fondo, le idee resistono alla morte e vanno oltre.

Tutti questi uomini importanti per il mondo comunista sono circondati dal popolo, con un’infinità di bandiere rosse, centinaia di operai, contadini, impiegati, studenti e intellettuali, tutti raffigurati in bianco e nero, riuniti intorno ai fiori che circondano il leader defunto.

RENATO GUTTUSO: LA MEMORIA

Renato Guttuso morì il 19 gennaio del 1987.

I suoi funerali bloccarono Roma, invasa da una folla immensa di bandiere rosse che accompagnò la salma, dal Senato, dove era stata allestita la camera ardente, fino a piazza del Pantheon, dove si svolse la cerimonia laica.

Non fu l’unica commemorazione; ve ne furono altre, sia a Roma, che nel resto d’Italia, soprattutto nella sua Sicilia.

Guttuso, d’altronde, era stato un pittore importante, riconosciuto anche all’estero, nonché personalità influente del suo tempo.

Senatore della Repubblica dal 1976 al 1979, l’artista era stato amico dei più importanti intellettuali dell’epoca: da Picasso a De Chirico; da Moravia a Pasolini.

Era stato editorialista di diverse testate e aveva scritto per i quotidiani più importanti in qualità di pittore, di critico, ma anche di politico e di opinionista.

Ciononostante, Renato Guttuso fu dimenticato nel giro di poco tempo e non soltanto da quella parte d’Italia sempre meno acculturata e scollegata dal mondo dell’arte, ma anche dalle stesse istituzioni che pure l’artista ha servito.

È probabile che la figura del Guttuso artista e intellettuale cominciò ad affievolirsi con le battaglie per accaparrarsi la sua eredità, tra quell’amante, Marta Marzotto, che non voleva più vedere dalla scomparsa della moglie, Maria Luisa Dotti, detta Mimise, e il figlio adottivo, Fabio Carapezza, che venne poi nominato erede, dopo anni di processi e di ricorsi in appello.

Ciò che era accaduto a Picasso, la cui fama dopo la morte era crollata, ma parallelamente all’aumento vertiginoso del valore delle sue opere, non avvenne con Guttuso, che vide crollare anche il prezzo dei suoi dipinti.

Purtroppo, Guttuso era un pittore d’altri tempi, convinto che, in fondo, i galleristi servissero a poco, così come non ritenne mai necessario dare vita a un catalogo generale della sua arte, inoltre, bisogna altresì aggiungere che le sue opere vendettero prevalentemente in Italia e soltanto pochissime collezioni estere vantano qualche suo lavoro

Ma è probabile che, in un mercato dell’arte in cui l’influenza statunitense è determinante, non abbia certamente giovato essere bollato come activist comunista, perciò rifiutato dagli Stati Uniti sia come persona, sia come artista.

Eppure il maestro del realismo italiano, il cultore dell’espressionismo sociale, non era il perfetto intellettuale dedito alla causa; la sua attenzione ai più deboli e la sua fede politica non gli impedivano, infatti, di essere anche amico di Andreotti, del cardinal Angelini, o di personalità con differenti ideologie.

Anche a livello artistico, era viscerale il suo amore per Picasso, soprattutto nella sua espressione più sociale e intellettuale, ma apprezzava anche molto di quanto espresso dalla modernità americana, a cominciare dalla Pop Art, amore ricambiato da alcuni suoi protagonisti, tanto che Andy Warhol, che negli anni Settanta arrivò a Roma durante una campagna elettorale, nel notare i manifesti con Falce e Martello che Guttuso disegnò nel ’53 per il partito comunista, si appropriò di quel logo, regalandone una delle prime versioni al pittore italiano, per correttezza e in segno di stima.

Guttuso fu anche apertamente contrario a Togliatti, quando il leader comunista invitò gli artisti che si rifacevano al Comunismo ad abiurare ogni forma di astrattismo, poiché definiti scarabocchiari.

Tuttavia, va ricordato che poco dopo la morte di Guttuso, i libri di storia si riempirono di un nuovo fatto sconvolgente, la caduta del Muro di Berlino, del 1989.

Fu un primo passo che portò alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e alla sconfitta di un mondo che in Occidente era stato solo ipotizzato.

Il cambiamento, anche all’interno degli stessi apparati comunisti occidentali, fu tale per cui molte personalità del passato riconducibili a quella ideologia furono dimenticate.

In Italia accadde a Guttuso, ma anche a Moravia.

Inoltre, Renato Guttuso, proprio in virtù della sua mentalità aperta, grazie alla quale non aveva problemi a instaurare amicizie profonde anche con avversari politici, non era molto amato all’interno dello stesso Partito Comunista.

Soltanto negli ultimi anni, pare si sia riacceso interesse per un pittore che non è stato soltanto un maestro di stile e di sperimentazione, ma soprattutto un attento filosofo del suo tempo, che ha raccontato con l’occhio vigile del cronista, il piglio del critico e la semplicità dei grandi, attingendo dalla sperimentazione del cubismo, per costruire una figurazione espressionista, ma realista, nonché vicina alla gente comune.

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