AUTOMATIZZARE PER ESSERE PRONTI A UNA PROSSIMA PANDEMIA

AUTOMATIZZARE PER ESSERE PRONTI A UNA PROSSIMA PANDEMIA

Già da tempo, ormai, la robotizzazione è un fenomeno che pone seri interrogativi sulla sostenibilità occupazionale e, ora, una volta superata l’emergenza coronavirus, è ovvio attendersi una frenetica corsa ad automatizzare il più possibile la produzione, accentuando lo spettro della disoccupazione.

di Pasquale Di Matteo

Durante gli ultimi decenni, la tecnologia ha fatto dei passi in avanti notevoli, creando dei robot sempre più sofisticati, in grado di muoversi, di spostare oggetti e persino di pensare.

I nostri smartphone si fanno sempre più sofisticati e l’intelligenza artificiale non è più soltanto teatro di alcuni film di fantascienza, bensì la realtà che viviamo.

La ricerca scientifica è giunta a livelli talmente elevati sul tema dei robot che, da più parti, si comincia a prospettare un futuro in cui le macchine sostituiranno gli umani nelle attività lavorative, scenario che, se da un lato sembra spalancare le porte alla cancellazione della fatica lavorativa, dall’altro accende la luce rossa sull’inevitabile disoccupazione che si verrebbe a creare.

Gli economisti più ottimisti hanno sempre sostenuto che i posti di lavoro cancellati dall’introduzione dei robot sarebbero stati creati proprio nel campo della robotica, nella costruzione degli stessi robot.

Tuttavia, secondo tutti gli indicatori degli ultimi anni, l’automazione delle imprese ha bruciato più posti di lavoro di quanti sia riuscita a produrne ed è quindi ipotizzabile che, negli anni a venire, oltre alle crisi, alle delocalizzazioni e alla globalizzazione, i lavoratori dovranno fare i conti anche con i robot, spettro che, se prima dell’emergenza coronavirus era fortemente ipotizzabile, oggi è assolutamente certo.

Le imprese che in queste settimane vedono il fatturato crollare anche del 90% e, cosa ancor più grave, rischiano di perdere clienti nei mercati esteri, che non sarà facile riprendere, se non dopo anni di sacrifici, si doteranno di impianti industriali sempre più automatizzati, in grado di lavorare con un numero esiguo di personale umano, tendendo allo zero.

Non a caso, proprio le imprese che hanno investito maggiormente nell’automazione dei processi produttivi sono quelle che oggi garantiscono i più elevati standard di sicurezza contro il rischio di contagio da Covid-19.

Memori di questa circostanza, non certo imprevista, ma sottovalutata dal mondo produttivo e dalla politica, gli imprenditori adotteranno tutte le procedure possibili per dotarsi di sistemi di produzione che possano ovviare anche a queste emergenze.

D’altronde, in questi anni, sono stati tanti i personaggi più o meno famosi che mettevano in guardia in merito a possibili pandemie: da scienziati poi umiliati dai colleghi più blasonati, a filosofi presi per matti, fino a miliardari accusati di complottismo, come, tra i tanti, Bill Gates.

Oggi, l’evidenza dei fatti dà loro ragione e certifica come la follia stia spesso proprio nel non credere a chi cerca di mettere in guardia su problemi possibili.

Tuttavia, poiché con i SE e con i MA non si può realizzare nulla, oggi il tema fondamentale da affrontare per le imprese non sarà soltanto come sopravvivere e riprendersi il più rapidamente possibile, ma anche come evitare di bloccarsi alla prossima pandemia, eventualità che, come si evince dalla realtà di queste settimane, non è soltanto ipotizzabile, ma il nostro futuro certo.

Perciò, i temi della robotizzazione, dell’automatizzazione e dell’automazione in generale saranno di attualità nel prossimo decennio come non lo sono mai stati finora, uno sviluppo tecnologico che, d’altronde, risulta essere a senso unico, perché porta vantaggio esclusivo alle aziende, mettendo nei guai quei lavoratori sostituiti dalle macchine, nonché lo Stato, in quanto, laddove la disoccupazione aumenta, inevitabilmente diminuiscono le entrate e aumentano le spese per i sussidi.

C’è chi è ottimista, immaginando che verrà un giorno in cui ogni famiglia avrà uno o due robot che verranno impiegati in qualche produzione, mentre gli umani avranno più tempo per dedicarsi a un hobby e allo sviluppo del benessere psicofisico, così come potranno tranquillamente restare confinati in casa, nell’eventualità di future emergenze, senza risentire di alcun contraccolpo economico.

In un tale scenario, nemmeno gli Stati ne soffrirebbero, poiché l’Economia non ne verrebbe intaccata e il Sistema Sanitario godrebbe anch’esso di una forte componente di automatizzazione, con conseguente minore dispiego di forze umane e un rischio di contagio decisamente meno elevato rispetto al mondo odierno.

In verità, si tratta di mera utopia.

Per quanto riguarda il Sistema Sanitario, il problema è legato soprattutto a un discorso economico, ovvero a come e dove trovare le risorse per adeguare alle migliori tecnologie gli ospedali; ciò vale anche per i settori statali che prevedono di essere finanziati attraverso tributi e tasse.

Nelle imprese private, invece, la corsa all’automatizzazione sarà accelerata, anche da parte di quegli imprenditori fino a ieri legati a dinamiche produttive del passato, ma cancellate dall’emergenza per il covid-19.

Perciò è logico attendersi una corsa all’acquisto di macchinari industriali che necessitino di assistenza umana sempre più ridotta, fino ad avere robot sempre più sofisticati, in grado di sostituire non solo la manovalanza generica, ma anche quella specializzata.

In tale contesto non è difficile immaginare che quanto fino al mese scorso si immaginava tra venti o trent’anni, avverrà, invece, molto prima, forse già durante il prossimo decennio, con milioni di famiglie che saranno costrette ad acquistare robot per avere un lavoro.

D’altro canto, un imprenditore, visti anche i recenti sviluppi, preferirebbe assumere un essere umano, con un carico di problemi sindacali, sanitari, costi per ferie e altre dinamiche del vivere, oppure un robot, potenzialmente impiegabile ventiquattrore su ventiquattro, ogni giorno dell’anno?

Le famiglie riceverebbero lo stipendio, legato all’affitto del robot.

In questo scenario, nell’ipotesi migliore ci saranno famiglie che potranno acquistare i robot più costosi sul mercato, capaci di ottimizzare i tempi del lavoro di produzione e di sviluppare concetti d’intelligenza superiore, mentre i più poveri saranno costretti a ripiegare su modelli più economici, ma, di conseguenza, meno efficienti, perciò anche meno ricercati dalle aziende del futuro.

E chi non potrà permettersi nemmeno i più scarsi, dovrà accontentarsi di mansioni degradanti e sottopagate riservate agli umani.

Si darebbe vita a una lotta di classe tra robot, a tutto vantaggio dei più ricchi, i quali si troverebbero in una posizione ancora più dominante rispetto a quanto non avvenga oggi, poiché chi disporrà di maggiori risorse finanziarie non sarà soltanto in grado di acquistare i migliori modelli di robot sul mercato, ma potrà disporne di un numero maggiore rispetto ai più poveri.

Ci sarebbero aziende piene di robot dei ricchi e milioni di robot meno avanzati disoccupati, con i rispettivi padroni senza un soldo.

Senza contare il fatto che basterebbero poche aziende costruttrici di robot per soddisfare l’intera esigenza planetaria di robot da produzione: le imprese potrebbero noleggiarli direttamente dalle aziende produttrici, estraniando completamente le famiglie dal tessuto economico produttivo.

Potrebbe verificarsi il paradosso per cui le sommosse del proletariato auspicate da Marx si verificherebbero proprio in virtù di quel progresso tecnologico esasperato, creato dal suo nemico numero uno, ovvero il capitalismo.

Milioni di famiglie senza lavoro, con i robot parcheggiati in garage o utilizzati in attività scarsamente remunerative, vivrebbero in stato d’indigenza e la povertà dilagherebbe, mentre i ricchi si dividerebbero i frutti della produzione mondiale.

Tuttavia, l’emergenza coronavirus non andrà soltanto ad accelerare l’automatizzazione dei sistemi produttivi, ma anche l’automazione nel settore dei trasporti e spalancherà le porte a un più massiccio utilizzo di Internet nei servizi.

Già in queste settimane stiamo assistendo a cosa sarà la scuola del futuro, un’offerta formativa fatta di nozioni spiegate da un unico insegnante in video che si possono scaricare.

Tutto viene venduto come grandioso, sottolineando l’efficacia di poter studiare a distanza, rivedendo più volte una lezione, se non la si è compresa.

Beh, ciò è invece aberrante, poiché, se un discorso di questo genere può avere una sua logica nell’istruzione universitaria, dove gli studenti sono già maturi e strutturati, nelle classi inferiori, invece, è deleterio.

La Scuola non è solo nozionistica, non è un insieme di date, concetti e assunti da conoscere, ma l’insegnamento e l’apprendimento sono processi che necessitano di far nascere curiosità nell’allievo, di domande a cui dare risposta, di un ragionamento partecipato e condiviso di un’intera classe, per crescere come identità di un gruppo, comprendendo ruoli e dinamiche sociali.

La materia e i concetti studiati non sono notizie da sapere a memoria, come un file da salvare sul disco di un computer, ma temi da affrontare per far maturare lo spirito critico e la capacità di analisi, senza i quali l’uomo perde la capacità che lo distingue dagli esseri animali, ovvero il pensiero.

Il video facilità la didattica a distanza, ma in nessun modo può ovviare alla presenza fisica di insegnanti e compagni in uno stesso spazio condiviso e mai potrebbe essere sostitutivo un collegamento telematico, perché non sarebbe la stessa cosa.

Inoltre, ciò vedrebbe un evidente esubero dell’attuale numero di insegnanti, poiché basterebbero pochissimi docenti delle varie materie per preparare video lezioni da poter scaricare in base al livello di preparazione degli allievi, che diverrebbero utenti.

Un bel risparmio per lo Stato, ma milioni di disoccupati.

Perché, oltre al taglio delle docenze, ciò porterebbe alla dismissione di interi complessi scolastici, con il conseguente esubero del personale non docente, che finirebbe a ingolfare il popolo dei disoccupati.

Lo stesso sistema dei trasporti vedrebbe un crollo degli addetti umani, perché ci sarebbero meno pendolari, date le industrie piene di robot e gli studenti a casa a studiare con il computer, e l’utilizzo di mezzi sempre più sofisticati per muoversi, sia su binari, sia per quanto concerne il trasporto su ruota.

Ma tale scenario porterebbe al crollo del sistema capitalistico, in quanto la povertà dilagante farebbe crollare i consumi e la domanda aggregata, lasciando le aziende prive di lavoro anche per i robot dei ricchi.

Una catastrofe sociale che potrebbe portare a un lungo periodo di carestie e, probabilmente, torneremmo indietro di centinaia d’anni, con guerre civili e tumulti per l’accaparramento di risorse e di merci sempre più esigue nel mondo.

Persino il Sistema Sanitario, non potendo contare su grandi investimenti in virtù della disoccupazione dilagante e delle poche entrate erariali, vedrebbe i ricchi curati sempre e meglio, poiché gran parte dei servizi sarebbero ovviamente a pagamento.

Una circostanza, quella della guerra tra uomo e robot, che non è certo marginale, tanto che persino al Parlamento europeo, l’idea di ipotizzare una legislazione che contempli diritti, oneri e doveri dell’intelligenza artificiale è già in agenda dal 2018, soprattutto legata allo sviluppo di tecnologie militari sempre più sofisticate, con robot dotati di intelligenza artificiale, potenzialmente in grado di decidere del destino di esseri umani, in battaglia.

Come in tutte le cose, anche a questo scenario esistono alternative, come quella che vede la cancellazione della moneta come mezzo di scambio, immaginando altre formule per mandare avanti la vita sul pianeta, cosa che se ipotizzarla in astratto non è difficile, definirla concretamente è tutt’altra cosa e sarà il compito più oneroso di chi avrà ambizione di amministrare la Res Publica.

Moneta o non moneta, l’emergenza coronavirus ha smantellato la tesi per cui lo Stato debba funzionare come un’azienda, cosa falsa, come queste settimane dimostrano: un’azienda non può permettersi costi inutili; un lavativo e/o chi rema contro sono costi da cancellare, e giustamente, per esigenze di Bilancio e per salvaguardare il benessere di tutta l’azienda, nel senso economico/giuridico del termine, (Imprenditore, macchinari e dipendenti).

Uno Stato democratico e serio, invece, non può far finta che non ci siano i disoccupati, né può negare le cure a tutti, poiché, come dimostra il Covid-19, non curare chi non ha soldi provocherebbe una pandemia ancora più generalizzata anche tra i ricchi e, come si evince, la morte non chiede il tuo estratto conto per decidere chi colpire e chi no, inoltre, la prossima pandemia potrebbe picchiare duro anche tra chi ha meno di sessant’anni.

In tale contesto, dunque, si può tranquillamente affermare che un nuovo concetto di umanità non è più procrastinabile alle generazioni future, perché, se non ci ucciderà il prossimo virus o la paura di contrarlo, ci annienteremo da soli per non modificare i nostri sistemi di vita.

theopa.live
Sguardo sul futuro – Immagine di Proprietà del Web

Il Covid-19 ci ha dimostrato quanto insignificante sia l’essere umano, povero o tremendamente ricco, entrambi messi in scacco da una particella che non siamo nemmeno in grado di vedere, tanto è piccola.

Se, passata l’emergenza, banche, sistemi economici e produttivi, nonché gli Stati riprenderanno sugli stessi binari di prima, facendo finta che non sia accaduto nulla, allora davvero il progresso sarà quel virus impossibile da curare che ci sterminerà tutti.

E’ solo questione di tempo.

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