ALOÏSE CORBAZ

ALOÏSE CORBAZ

Aloïse Corbaz è una di quelle artiste dimenticate dalla storia, un po’ perché donna in un’epoca in cui le donne erano viste come esseri umani di seconda fascia, un po’ perché i massimi esperti della scienza del suo tempo ritenevano impossibile che una donna nelle sue condizioni potesse esprimersi attraverso l’arte.

di Pasquale Di Matteo

Aloïse Corbaz nacque a Losanna, nel 1886; istitutrice e governante presso la corte imperiale di Guglielmo II, precisamente presso la reggia di Potsdam, si infatuò dello stesso Kaiser, a tal punto ossessionata da lui da arrivare a pedinarlo e a infastidirlo, fino a farsi cacciare.

Nel 1918, a causa dei suoi perpetuati deliri, venne rinchiusa in un ospedale psichiatrico, con la diagnosi di schizofrenia, da dove regredì fino all’oblio della dissociazione del linguaggio, arrivando a rinchiudersi in una dimensione autistica.

Tuttavia, con il tempo, e grazie alla scoperta del disegno, riuscì a trovare una certa stabilità nello sfogo dell’arte, tanto che venne trasferita nel manicomio di Rosière de Gimel, dove visse fino alla fine dei suoi giorni.

Fin da subito, in questo nuovo centro, Aloïse Corbaz continuò a disegnare, seppur in segreto, e cominciò a tenere un diario, anche se gran parte di quanto prodotto nei primi anni andò perduto perché, all’epoca, la scienza riteneva che le donne malate non fossero in grado di creare nulla.

Tuttavia, contrariamente a quanto riconosciuto dalla comunità scientifica, il direttore dell’ospedale, il Dott. Hans Steck, sollecitato dalla Dottoressa Jaqueline Porret-Forel, cominciò a mostrare interesse per i lavori di quella particolare paziente.

I disegni della Corbaz erano espressione di una mano priva di tecnica e di scuola, in uno stile che dal secondo dopoguerra sarebbe stato chiamato Art Brut.

Le opere della Corbaz manifestavano un’ossessione per seni e genitali femminili, nonché per l’erotismo.

Si tratta di disegni in cui la Corbaz si ispira a eroine della storia, come: Maria Stuarda, Cleopatra, Elisabetta d’Austria.

Secondo la Dotto.ssa Porret-Forel, pare che l’artista volesse entrare in quei disegni, immedesimandosi nelle sue eroine, per riprendere possesso di un corpo che non fosse una prigione, visto che nel suo si sentiva ormai completamente estranea.

Secondo i ricordi dei medici, disegnava con enfasi, con passione maniacale, riempiendo i fogli con le matite colorate, con una prevalenza di rossi e di gialli, estroflessione di pulsioni ed energia compresse dalla reclusione forzata.

La stessa esaltazione dell’aspetto sessuale è elemento determinato dalla reclusione, ma non tanto in uno spazio delimitato da mura, bensì in un corpo in cui che non sentiva suo.

Le fattezze delle sue eroine erano deformi, con i dettagli di seni e genitali ingigantiti e delineati in maniera talvolta grottesca, manifestazione del desiderio d’amore, probabilmente risalente all’ossessione per il Kaiser, per l’uomo forte di cui si era follemente invaghita, ma anche di paura dell’atto sessuale, concetti espressi nell’arte da molti grandi, a cominciare da Dalì.

Un’artista suggestiva, nella sua fissazione adolescenziale, causata da una condizione considerata patologica al suo tempo, mentre ora sarebbe stata curata con la semplice assunzione di farmanci.

Non è dato sapere se Aloïse Corbaz avrebbe mai disegnato se non fosse stata internata, se non avesse avuto problemi, ma la sua arte è stata oggettivamente rinchiusa con lei, a causa della malattia e del fatto che per la scienza dell’epoca fosse impossibile che una donna nelle sue condizioni potesse esprimersi attraverso l’arte.

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