I CANTANTI DI SANREMO COME I PITTORI, PER DIVENTARE ARTISTI BISOGNA INVESTIRE

I CANTANTI DI SANREMO COME I PITTORI, PER DIVENTARE ARTISTI BISOGNA INVESTIRE

Pittori, cantanti, perfino gli attori, non possono prescindere dall’investire continuamente tempo e denaro per farsi notare, nel tentativo di affermarsi e di diventare delle star; sostenere il contrario, non solo significa vivere su un altro pianeta, ma anche calpestare i sogni di chi ci crede.

di Pasquale Di Matteo

Siamo nella settimana più importante dell’anno per il mondo artistico italiano, quella in cui il Festival della Canzone espone al mondo i temi espressi dal Paese, poi declinati nei testi delle canzoni, sulle tele dei pittori, nei copioni dei film.

L’Italia vive nelle parole e nei concetti di quelle che qualcuno chiama canzonette e ricorre nella moda portata sul palco dai cantanti, così come si manifesta nella sua parte più ricca, seduta in platea, e più normale, fuori dall’Ariston.

E il Festival non smette di raccontare l’Italia quando cala il sipario su una delle serate, ma continua nelle trasmissioni di contorno, nelle radio, nelle chiacchiere al lavoro di metà degli Italiani, nelle polemiche della stampa e sui social, perfino con quelle di chi sostiene di odiare il festival e di non seguirlo, ma poi sa tutto.

L’arte è prima di tutto comunicazione ed è naturale che i veri artisti sappiano comunicare, raccontare e sviscerare il proprio tempo, al di là di tecniche e tecnicismi.

Ma cosa dimostrano i cantanti del Festival di Sanremo ai colleghi pittori?

Indubbiamente, cantare sul palco dell’Ariston è cosa ambita da chiunque voglia affermarsi come cantante; la settimana di riflettori accesi su di sé è un trampolino di lancio unico, tuttavia non si tratta di una strada sicura.

Il pittore che esponga in un luogo prestigioso, o durante un evento dal forte impatto mediatico, non ha garanzia di vendere un solo quadro, così come il cantante non ha certezze di sfondare, né di far correre gli Italiani nei negozi per acquistare il proprio album.

Eppure, Sanremo è un investimento esoso: per cantare al Festival, ammesso che si venga selezionati, il costo si aggira intorno ai centomila euro; è vero che la RAI assegna un bonus di poco inferiore ai cinquantamila euro per ciascun artista finalista, ma tale cifra non copre che la metà dell’intero esborso economico.

Qualcuno obietterà che pagano le case discografiche, ma ciò corrisponde al vero soltanto per gli artisti sicuri, ovvero i nomi già ricchi e famosi, i quali garantiscono il ritorno economico attraverso vendite certe.

Invece, gli artisti non ancora affermati non possono contare sulle major, ma su piccole etichette, spesso indipendenti, che non riescono ad affrontare l’investimento per portare un cantante al Festival e, quando lo fanno, è inevitabile chiedere un contributo all’artista stesso.

D’altronde, arrangiatori, musicisti, tecnici, grafici e mixeristi lavorano al disco e al brano da presentare alla commissione del Festival quindi, giustamente, vanno pagati, con o senza risultati, investimento che non ha alcuna garanzia di ritorno, poiché il brano potrebbe non essere selezionato per l’Ariston, né vendere una sola copia.

D’altro canto, nessuno può permettersi il  lusso di valutare la bontà del loro operato soltanto in virtù delle vendite o aspettando di vedere se si avrà successo oppure no, come nella pittura si sente spesso dire, sostenendo che bisognerebbe esporre gratis e pagare soltanto percentuali sulle vendite, perché tali affermazioni dimostrano come si sia totalmente scollegati dalla realtà.

Nessuno manifesta il bisogno di acquistare il brano del tal cantante, così come nessuno attende con ansia l’ultima opera del nuovo pittore della città, e nemmeno esistono collezionisti pronti a mettere mano al portafogli per chi non sia già famoso a tal punto da garantire probabili guadagni in futuro.

Inoltre, una volta selezionati al Festival, gli artisti devono trovare un direttore d’orchestra, al quale pagare il lavoro per gli arrangiamenti di tutti gli strumenti e per la direzione durante la performance sul palco, per gli spostamenti e i pernotti per tutta la durata del Festival, compresi i giorni di prova precedenti la manifestazione.

Poi, inevitabilmente, bisogna affidarsi a un ufficio stampa di qualità, per sfruttare al meglio l’opportunità sanremese, e anche questo costa profumatamente.

Infine, una volta scelti, quand’anche la casa discografica coprisse la gran parte delle spese di cui sopra, ecco che bisogna pagarsi il soggiorno a Sanremo e, pur cercando i prezzi più stracciati, si tratta di diversi giorni.

E gli abiti per stare sul palco?

Tuttavia, un cantante che voglia davvero sfondare non può permettersi di non investire nel Festival, avendone l’opportunità e la stoffa per farlo.

Ecco perché trovo fuori luogo le pretese di pittori che pretenderebbero di esporre gratuitamente, magari in contesti di pregio, e con organizzazioni di eventi tali da consentire una pubblicità ottima per il proprio curriculum.

Lo dicono le accademie, sostiene qualcuno.

Beh, le accademie dicono balle, o sono legate a un mondo che non esiste più dall’avvento dell’Ikea!

Per elevarsi dal semplice livello di cantante, pittore, attore, nessuno può esimersi dall’investire, per studiare, migliorarsi, per vestirsi, per pubblicizzarsi e, soprattutto, per mostrarsi negli eventi che contano, quando se ne presenti l’occasione.

Se poi siete famosi per altro, potete certamente persino chiedere un cachet e verranno a cercarvi per pagare la vostra presenza, per cantare o per esporre, ma se non è il vostro caso, meglio non essere presuntuosi, perché persino investire non significa diventare necessariamente importanti, ricchi e famosi, ma solo che, tra i tanti che investono su se stessi, pochi riescono ad elevarsi al livello di artista e solo dopo si può avanzare qualche pretesa.

Chi non investe, non ha occasioni, inutile dire balle!

Vero che non è giusto, perché chi non ha risorse ha meno possibilità di emergere, ma ciò è valido in qualunque settore del vivere e lo è da sempre.

Inoltre, come nessuno obbliga chicchessia a rispondere a una selezione per Sanremo, anche nel mondo della pittura, non è obbligatorio esporre, tuttavia, musicisti arrangiatori, scenografi, conduttori e, allo stesso modo, galleristi, autori di progetti, organizzatori di eventi, critici, curatori..; tutti contribuiscono con i rispettivi lavori a costruire eventi importanti per cui arricchire il proprio curriculum, che si tratti di un cantante o di un pittore.

E il lavoro va pagato, ovviamente.

Altrimenti, si può sempre fare a meno di tutti i professionisti appena elencati, ma si finirebbe a esporre in strada, accanto a un musicista con un cappello rovesciato a terra, con la speranza di portare a casa qualche monetina, ma niente che valga la pena inserire in un curriculum.

“Allora, a questo punto uno smette…”, questa è la frase che si sente di solito, arrivati in questa fase del discorso, ed è qui che si annida il problema di chi si scandalizza.

Molti suonano e dipingono per diventare famosi, per vendere dischi o quadri, non per necessità viscerale.

Ebbene, l’artista ha necessità di scrivere, di suonare, di cantare, di dipingere, perché, qualunque sia il mezzo espressivo del creativo, ciò che lo alimenta è il bisogno di raccontare, di esternare ciò che si ha dentro, tant’è vero che l’artista vero non smetterà mai di cantare o di dipingere anche se vecchio, stanco e mai diventato famoso.

Il vero artista non pensa alla vendita, ma a comunicare.

Poi, solo in un secondo momento, se vuole emergere, allora deve compiere un percorso inevitabile per costruirsi un curriculum.

Infatti, molti pittori non diventati famosi sono riusciti a mantenersi vendendo quadri alla fine dell’ottocento, eppure noi consideriamo artista Van Gogh, e giustamente, uno che ha venduto un’opera soltanto, più per pietà che per convinzione.

Perciò, chiunque voglia emergere dal livello di pittore a quello di artista, proprio come il cantante che investe su di sé nella speranza di farcela, deve necessariamente spendere per proporsi.

E lasciate perdere le scemenze di chi parla di esposizioni gratuite, che non esistono e, nelle rare eccezioni in cui si riesce davvero ad appendere quadri gratuitamente, si tratta di eventi di cui si può tranquillamente fare a meno, di esposizioni insieme a decine d’altri che non servono a nulla ed equivalgono al cantautore che guadagna poche centinaia di euro per cantare i sabato sera in una squallida birreria o qualche spicciolo alle feste, per cui non si diventerà né ricchi, tanto meno famosi.

Ovviamente, non è scontato che il grande evento e il curriculum importante corrispondano a tante vendite di opere o di dischi, perché non è affatto detto che chi ha successo sia un grande artista, o viceversa.

Purtroppo, la confusione che si fa è proprio quella di identificare quello bravo con chi vende, mentre l’artista migliore è quello che ha il racconto migliore, che si determina attraverso la propria espressione artistica.

L’investimento non serve per vendere, ma per portare in luoghi sempre più prestigiosi il proprio nome e quel racconto che vi caratterizza e che potrebbe darvi una tale notorietà da riuscire anche a vendere.

Di certo c’è solo da aggiungere che chi non investe, non ha nemmeno una piccola, labile speranza.

Siamo alla conclusione: i semplici pittori e i semplici cantanti diranno “Allora, a questo punto, uno smette…”.

Gli artisti veri, invece, avranno compreso il senso e il perché si debba giustamente e necessariamente investire.

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