PARTITO IL 70° FESTIVAL DI SANREMO

PARTITO IL 70° FESTIVAL DI SANREMO

«Chiedetevi come erano vestite le donne a Sanremo, ma non chiedete mai più come era vestita chi è stata stuprata» è senza dubbio l’apice della prima serata del Festival, in cui spiccano il monologo di Rula Jebreal, la classe e il pezzo di Diodato e il feeling impressionante di Amadeus con il palco dell’Ariston.

di Pasquale Di Matteo

«Chiedetevi come erano vestite le donne a Sanremo, ma non chiedete mai più come era vestita chi è stata stuprata»

L’ultima frase dell’intenso monologo di Rula Jebreal è stato senza dubbio il momento più elevato della prima serata del Festival della Canzone Italiana, aperto dall’istrionico Fiorello, da far suo, vestito “come uno dei pochi Matteo che funziona in Italia”, per poi allertare Amadeus “sugli istanti che precedono la fine della sua carriera…”

Una serata che ha registrato uno share medio superiore al 50%, a dimostrazione del fatto che, malgrado le tante polemiche, quelli che iononguardosanremo e altri protagonisti del disfattismo, come ogni anno, anche quest’anno il Festival lascia ai mille altri canali soltanto le briciole.

Commovente l’emozione di un grande Tiziano Ferro, capace di ammettere anche l’errore, in un Paese in cui vincono sempre tutti e non sbaglia mai nessuno.

Forse fuori luogo il monologo di Diletta Leotta, che è sembrato più un togliersi dei sassolini dalle scarpe, ma credo che quando si affrontino temi riconducibili al mondo delle donne, ai loro diritti e all’emancipazione, non si sbagli mai.

 

Sostanzialmente inutile l’intervento di Al Bano e Romina, se non inquadrato nella speranza di incollare al video qualche nonnino annoiato dal Rap, sebbene vada tributato loro il rispetto che merita chi ha saputo portare un pezzo d’Italia nel mondo.

Bravo Amadeus, che ha saputo muoversi senza impaccio e con professionalità, malgrado l’emozione alle stelle.

Quanto ai brani ascoltati, quello de LE VIBRAZIONI, sembra il pezzo meglio costruito per vincere, con un giro armonico orecchiabile quanto basta per entrarti dentro e farti dire: “Però..!”

Poi, vorresti anche un testo apprezzabile, che resta un vorrei ma non posso.

Testo che, invece, c’è nel brano di ANASTASIO, bella metafora che coinvolge chi, oltre a qualche neurone, ha anche un cervello pensante nel cranio.

La classe e lo stile di DIODATO sono di un livello superiore a tutti, come la sua canzone, superiori anche a una bravissima IRENE GRANDI, con un brano targato Vasco Rossi, e a RITA PAVONE, che non avrà un pezzo degno di nota, ma, a 74 anni, è capace di dimostrare a tanti giovani nati già vecchi che nella vita ci vuole anche grinta.

ELODIE dimostra ancora una volta la sua raffinatezza, con un brano che avrà fatto sentire la bile in gola ai nostalgici di Al Bano e Romina, me che ci ricorda che siamo pur sempre nel 2020.

 

Degna di nota la geniale trovata di spogliarsi degli oggetti materiali di ACHILLE LAURO, anche se il brano è meno incisivo del messaggio di valore che vuole trasmettere.

MARCO MASINI ha una buona melodia e una bella idea, ma non ti fa disegnare una O con le labbra, figuriamoci urlare al miracolo.

RAPHAEL GUALAZZI… Beh, era meglio solo al pianoforte.

BUGO e MORGAN da riascoltare…

Tra le Nuove proposte, bella sfida tra il gruppo EUGENIO IN VIA DI GIOIA, con un pezzo allegro e dal testo biografia della generazione di cui sono figli, e TECLA, cantante minorenne, di belle speranze, ma a cui è stato assegnato un brano troppo importante per le poche primavere che porta sulle spalle.

8 MARZO, ha un testo importante e  ambizioso, ma anche un abito che sarebbe calzato meglio a una del calibro di Fiorela Mannoia, che auguriamo a TECLA di raggiungere in futuro, quanto a intensità e spessore artistico.

TECLA è passata in semifinale, così come LEO GASSMANN, autore di VAI BENE COSÌ, con un cognome che pesa come un macigno sulla schiena, ma che riesce a prevalere su FADI e la sua esibizione quasi tragica di DUE NOI.

Stasera la seconda serata sentiremo di meglio?

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