CARLOS FEDERICO SÁEZ

CARLOS FEDERICO SÁEZ, raccontato da Pasquale Di Matteo.

Carlos Federico Sáez è stato un talentuoso pittore, scomparso a soli ventidue anni, prima di potersi affermare nel mondo dell’arte come il suo immenso talento prospettava; lo racconta Pasquale Di Matteo.

di Pasquale Di Matteo

Quando Carlos Federico Sáez giunge in Italia, grazie a una borsa di studio assegnatagli dal governo del suo Paese, è un adolescente animato da grandi speranze e supportato da un talento straordinario per il disegno, tanto che i maestri presso i quali aveva studiato in precedenza, in Uruguay, gli avevano consigliato di affinarsi proprio nelle accademie italiane.

Sáez era nato nel novembre 1878, in una famiglia dell’alta società; a soli quattordici anni, in virtù della sua destrezza nell’arte, inizia a studiare in Italia, sotto la protezione dell’ambasciatore uruguaiano a Roma.

Tuttavia, il giovane abbandona gli studi accademici, per inseguire le nuove frontiere dell’arte che si affacciavano con l’avvento del nuovo secolo.

D’altro canto, la macchina fotografica aveva sottratto il ruolo principale del pittore classico, ovvero quello legato al ricordo, perciò i maestri sperimentavano nuove forme d’espressione, non più vincolati alle commissioni e al dominio della tecnica.

Appena diciottenne, apre uno studio in via Margutta, a Roma, dove dipinge indefessamente, riuscendo a piazzare alcune opere prevalentemente ai ricchi turisti sudamericani.

Influenzato dai Macchiaioli, la sua è una pittura caratterizzata da pennellate brevi e costanti, che alimentano figure solitarie con un colore assiduo, che si sviluppa a macchie, uomini e donne che sembrano abbandonare i supporti, sradicandosi da fondi materici e intensi che regalano una sopraffina tridimensionalità alle opere.

Si tratta di amici, parenti e conoscenti che si prestano a fargli da modelli e che Carlos Federico Sáez raffigura con uno stile raffinato, fatto di pennellate brevi con cui unisce macchie di colore, generando figure che seguono quasi sempre una formazione piramidale.

Il tema della solitudine, che si respira in gran parte della sua produzione artistica, si sviluppa attraverso i soggetti ritratti, quasi sempre soli, con espressioni assorte, a tratti tristi, forse catarsi nata dal suo stato d’animo di ragazzo, lontano dagli affetti.

Purtroppo, nel 1900 ritornerà in patria, afflitto da una grave malattia, che lo debiliterà a tal punto da vederlo morire a soli ventidue anni, il 4 gennaio 1901.

Tuttavia, l’arte di Carlos Federico Sáez parla ancora, attraverso la produzione lasciata ai posteri, sebbene egli sia stato sottratto alla vita troppo presto perché il suo nome potesse affermarsi come gli albori della sua carriera facevano supporre e come la sua classe meritava.

Oggi, l’intensità delle sue figurazioni solitarie sembra essere stata ereditata da diversi artisti; tra gli altri: Daniel Enkaoua, pittore figurativo francese, che porta avanti un discorso poetico simile, con una tecnica che ripercorre la strada tracciata dai Macchiaioli, sebbene attraverso una suggestiva sperimentazione; da Michael Carson, suggestivo artista del momento, dell’esaltazione dell’ozio e dell’individualismo, uno dei nomi più interessanti dell’arte contemporanea statunitense.

Nonostante la carriera lampo, Carlos Federico Sáez è riuscito a ritagliarsi uno spazio nella storia del suo Paese, dove è considerato uno dei più grandi pittori uruguaiani di sempre.

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