PERCHE’ IL CONCETTO FA PAURA?

PERCHE’ IL CONCETTO FA PAURA?

Anche durante la presentazione del CAM 55, a Milano, l’arte concettuale è stata bistrattata in nome della figurazione più classica; ma perché tanto odio nei confronti del concetto? Perché tanta paura?

di Pasquale Di Matteo

30 novembre: nella Sala Dino Buzzati, a Milano, si svolge la festa di presentazione della cinquantacinquesima edizione del Catalogo d’Arte Moderna, il più importante e prestigioso d’Italia.

In una platea gremita di artisti agghindati a festa, per selfie d’assalto, e di addetti ai lavori pronti a tessere nuovi contatti, i relatori si passano il microfono per elogiare i numeri dell’azienda, per magnificare i successi ottenuti dal catalogo e per aggraziarsi chi è riuscito a entrarvi, dimenticandosi che per farlo basta pagare.

Ora, un lavoro ben fatto va pagato; gratis si fa solo ciò che vale niente, e questo lo ripeterò fino alla morte, perciò trovo legittimo e assolutamente onesto chiedere tutti i soldi spesi per comparire su un librone di oltre quattro chili, ben fatto e articolato in maniera impeccabile.

Tuttavia, durante l’agiografia del pubblico pagante, (non per l’evento, assolutamente gratuito, ma per l’inserimento nel catalogo), ecco che si è tornati a scagliarsi contro l’arte concettuale e contro la Biennale di Venezia.

Ormai, sembra diventato lo sport preferito da chi, pur avendo molte competenze di nozionistica, attestati, diplomi e master, non riesce proprio a digerire il fatto di non capirci nulla di fronte alle opere presentate da quelli che pure sono considerati grandissimi da più di mezzo mondo.

I settantanove artisti invitati a esporre alla Biennale di Venezia, infatti, non sono certo lì per caso, e nemmeno sono stati invitati per riempire i palazzi, altrimenti in disuso, utilizzati nei tanti eventi collaterali, i cui direttori artistici si scagliano contro la Biennale di Venezia, ma poi son sempre pronti a utilizzarne il richiamo per farci qualche soldo.

La verità è che, per comprendere l’arte, serve innanzitutto capacità empatica, di relazione dell’anima!

Se non siamo in grado di capire cosa voglia dire un artista, non basteranno una, dieci, cento lauree in Storia dell’Arte, studi di Psicologia, tecniche pittoriche e di stili, né accademie!

Infatti, ci sono critici che proprio non riescono a svincolarsi dalla nozionistica del classicismo, dalla forma alla scuola, passando per tecnica e stili, dimentichi del fatto che nel mezzo, tra età classica e contemporanea, è nata la macchina fotografica.

Costoro parlano di Picasso, ma, al di là delle nozioni apprese durante gli studi, non l’hanno mai compreso davvero: essi, difatti, non si curano del dettaglio che ha reso il pittore spagnolo il più grande nella Storia dell’Arte, ovvero aver intuito che la replica dell’immagine era diventata terreno per fotografi.

Il pittore, allora, doveva incanalarsi nel solco già tracciato da alcuni movimenti, denunciando, raccontando il proprio tempo, sviscerandolo per chi non aveva il dono dell’empatia o la cultura per andare oltre l’immagine, oltre la notizia, oltre il sentire comune o quanto stereotipato dalle maggioranze.

La cosa bizzarra, è che poi, mentre si critica l’arte concettuale, si brinda per i recenti risultati milionari alle aste americane dei lavori di Lucio Fontana, non certo un seguace della figurazione di Tiziano e di Piero della Francesca, bensì un grande protagonista del concetto, le cui opere sono metaforici trattati di Filosofia degli albori della società dell’immagine, della quale siamo tristi protagonisti.

Ora, tralasciando, come già altre volte ricordato, il fatto che alcune esibizioni di dubbia moralità, al limite con l’illegalità, non siano certamente arte, come, per esempio, urinare in pubblico, va detto, tuttavia, che non è possibile definire cose opere di cui si potrebbe parlare per ore, solo per strappare qualche applauso tra una platea composta in gran parte da pittori figurativi e molti con più di qualche primavera sulle spalle, più vicini al passato che alla comprensione delle avanguardie.

Perché se definisci cosa un’opera della quale non capisci nulla e per cui ritieni che chi ne capisca inventi fantasie, non solo risulti evidentemente arrogante e presuntuoso, ma neppure dimostri le competenze che dovrebbe avere un professionista!

Quando io non comprendo, chiedo, mi documento, mi informo, tento di capire perché non capisco io, non offendo chi ne capisce per non sentirmi troppo piccolo, al contrario cerco di diventare grande.

Purtroppo, viviamo un momento in cui alcuni tra gli addetti ai lavori più famosi, in Italia, sono anche quelli meno acculturati in merito al presente, alla contemporaneità dell’arte, che, come ormai ogni cosa, nasce dall’anima e dagli umori del momento, sviluppandosi con una tale rapidità da non poter essere compresa per chi non conosce gli strumenti della grammatica delle emozioni, che nessuna scuola potrà mai insegnare.

La verità è che ci sono molti professionisti, ma soltanto pochi sanno poi criticare davvero un’opera e lo dimostra proprio il fatto che, quando si trovano di fronte a qualcosa non conforme agli studi fatti, che si discosta da regole, scuole e nozioni sull’estetica, e quando non c’è alcuna possibilità di ricondursi ai grandi del passato, ecco che restano senza parole e non sono in grado di fare altro se non definire cosa ciò che non capiscono.

E solo in pochi, invece, riconoscono una propria mancanza.

Molto più facile e comodo dare la colpa agli artisti, a chi investe su questi grandi maestri che i presunti professionisti fanno invece a gara a sminuire, per non dover ammettere di non essere poi così professionali.

Definire cose le opere dei cinesi Sun Yuan e Peng Yu significa non avere la capacità principale del critico, ovvero quella di edulcorare lo sgomento dell’immediatezza, per andare oltre il senso visivo, fino a comprendere la potenza del messaggio del braccio meccanico e della seduta in silicio bianco da cui un tubo di gomma saetta come un serpente, installazioni che parlano di Filosofia, di Politica, di Sociologia, delle quali si potrebbero scrivere interi tomi.

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Opere di Sun Yuan e Peng Yu – Immagini di proprietà del Web

E nemmeno risulta elegante dare sostanzialmente dell’incompetente a Ralph Rugoff, curatore della Biennale di Venezia 2019, soltanto perché questi avrebbe il demerito di aver accolto molta contemporaneità, tralasciando opere più vicino al passato.

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Ralph Rugoff, Curatore della Biennale di Venezia 2019 – Immagine di proprietà del Web

E il fatto che soltanto 600 mila visitatori siano accorsi per vedere questi maestri dell’Arte Contemporanea dimostra semplicemente che non abbiamo più l’esclusiva dell’Arte, perché la contemporaneità è esposta nei migliori siti del mondo tutto l’anno!

Quando gli stranieri vengono in Italia, vengono per vedere il nostro patrimonio artistico, anche perché sanno benissimo che fenomeni come Sun Yuan e Peng Yu possono vederli in altre parti del mondo quando vogliono, mentre, da noi, le loro opere vengono definite cose perché chi dovrebbe capirne non ha l’abilità per riuscirvi.

Da sempre, l’Arte risulta con la A maiuscola quando non compresa, quando bistrattata da chi ne capisce: ricordate Van Gogh? Quanti addetti ai lavori del suo tempo non lo ritenevano un signor nessuno?

E Zang Xiaogang in Cina, per le sue opere scomode?

Purtroppo, essere un critico d’arte è assai più complesso del farlo, perché l’arte non è più quanto esclusività del mero senso della vista, come accadeva prima dell’avvento della macchina fotografica, e non lo è più da un secolo.

Io capisco che i più grandi artisti del momento, quelli che poi vengono invitati alla Biennale di Venezia, quella vera e non gli eventi collaterali, non ci pensino proprio a pagare per entrare in un catalogo, ma a una festa dedicata all’arte moderna e contemporanea, mi aspetterei di parlare proprio di arte contemporanea e dei concetti da essa sviluppati.

Perché l’arte senza concetto oggi è artigianato o visione legata al passato!

Un tempo era diverso: prima dell’avvento della macchina fotografica, infatti, il pittore lavorava unicamente su commissione, per affrescare chiese o per immortalare mogli, figli, parenti…

Il ricordo necessitava di tecnica e di scuola, perché il pittore era ciò che oggi è per noi il fotografo.

Ora, invece, non è più così, volenti o nolenti.

Oggi l’arte ha un ruolo sociale fondamentale, che non può essere represso e ridotto alla mera estetica, soltanto perché chi non è capace di giudicare oltre quanto appreso con lo studio ha paura di ammettere di non essere poi così bravo nelle qualità indispensabili a un critico, ovvero capacità di analisi ed empatia, impossibili da imparare se non innate.

L’arte deve sviscerare il nostro tempo, raccontando tutti i risvolti dell’esasperazione del progresso, che sconvolge la vita delle masse per l’arricchimento di pochi, svilisce l’individuo e depaupera valori,  proprio come già da un secolo e mezzo a oggi è avvenuto, a cominciare dai Surrealisti, dai Dadaisti, dagli Espressionisti, dal movimento del Novembergruppe…

Infine, dire che molti stranieri vengono per vedere Tiziano e non la Biennale di Venezia non mi sembra la dimostrazione che l’arte classica abbia qualcosa in più, ma semplicemente il fatto che, in altri Paesi, l’Arte Contemporanea proposta alla Biennale è già esposta più e meglio di quanto si faccia da noi, perciò dall’Italia cercano la cultura italiana, ovviamente;  d’altronde perché mai dovrei andare a vedere Tiziano a New York? E perché cercare Sun Yuan e Peng Yu in Italia, quando so che li vedrò nelle più grandi capitali dell’arte mondiale per il resto dell’anno, mentre gli Italiani li ritengono soltanto creatori di cose?

Dunque, il concetto fa paura perché non ammette finzioni!

Per sviscerare un concetto devi dimostrare capacità che sono innate, dove non basta aggrapparsi alla notorietà, ai successi pregressi, agli studi, ai certificati, ma è necessario dimostrare la tua vera essenza.

O sei capace, oppure no.

Nessuna magia, nessuna finzione, nessun inganno.

Questa è, per alcuni, la triste verità.

Inoltre, sviscerare un concetto fa paura, perché spesso ti espone a critiche da parte di uomini che rivestono ruoli di potere, come imprenditori e politici, elemento che molti critici tengono in considerazione per il timore di essere messi in un angolo dai grandi editori e dalle gallerie più importanti.

Ma il mestiere del Critico d’Arte è fatto anche di coraggio, se hai a cuore la verità e non sei solo uno dei tanti pronti a magnificare i pittori soltanto perché considerati clienti da spennare.

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