SCUSI, QUANTE ORE DI LAVORO?

Scusi, quante ore di lavoro?

Tra le domande che svelano chi non comprende l’arte c’è indubbiamente: “SCUSI, QUANTE ORE DI LAVORO?”, che, oltre a dimostrare l’endemica mancanza di rispetto nei confronti degli artisti, manifesta l’ignoranza e la sottocultura su cui si basa la società del presunto progresso.

di Pasquale Di Matteo

Una delle domande che mi sento rivolgere spesso, dopo aver sviscerato un’opera, è: “Scusi, ma quante ore ha impiegato l’artista per realizzarla?”

Ovviamente, tale domanda è il preambolo di una dotta elucubrazione in merito ai soldi che non si trovano per strada, al tempo che è denaro e ad altre scemenze da sottocultura preistorica.

Il più delle volte, i soggetti che emettono tali perle di saggezza indossano cappotti da mille euro, guidano auto di lusso e hanno più di uno smartphone di ultima generazione, elementi che stridono fortemente con il fatto che i soldi non si trovino per strada, ma ciò che più di ogni altra cosa svilisce la cultura del nostro presente è il concetto del tempo.

Ci sono persone che non riescono ad andare oltre al tempo effettivamente lavorato, alla paga oraria, come per una qualsiasi manovalanza, impossibilitate a cogliere la differenza universale tra la mera realizzazione materiale e ciò che, invece, è espressione dell’anima.

L’artista non realizza un’opera nel momento in cui comincia a sporcarsi le mani con spatole, pennelli e colori, ma molto tempo prima, accumulando tensioni per le negatività vissute nel quotidiano, per le notizie di cui sono sature le pagine di cronaca, per le tante controindicazioni prodotte dalla società del progresso, dove chi resta indietro, chi non regge i ritmi di produzione, risulta uno scarto sociale.

A differenza delle persone comuni, che, al più scaricano le proprie frustrazioni sui Social, l’artista alimenta tali negatività, analizzandole con la sensibilità superiore che solo gli artisti possono vantare, grazie alla quale riescono a declinare nelle opere la loro visione del mondo.

Come la Storia dell’Arte insegna, dall’avvento della macchina fotografica in avanti, i più grandi artisti sono stai quelli capaci di sviscerare il rispettivo tempo, denunciando le storture, dando voce a chi era inascoltato, proponendo nuove soluzioni, o ammonendo in merito a certi pericoli di deriva sociale.

Espressionismo, Dadaismo, Surrealismo, sono solo alcuni dei movimenti nati proprio dall’analisi filosofica dell’uomo e della società.

Limitando il ragionamento al tempo, è facile stabilire che i tagli di Fontana fossero lavori di qualche secondo, ma soltanto chi non ha spessore culturale può fermarsi all’immagine del taglio e al tempo necessario per realizzarlo, poiché incapace di cogliere la filosofia che sta dietro la geniale trovata dell’artista,da cui si possono trarre tomi di Filosofia sulla banalità dell’immagine e sullo svilimento di una società sempre più slegata dall’essenza delle cose, perché sedotta dell’apicalità proposta dai media.

L’occhio vede solo la realizzazione finale dell’opera, che parte dai tormenti, dalle tribolazioni, dalle angosce, da un groviglio di sentimenti, analisi, sensazioni ed emozioni che, nell’arco di giorni, mesi, a volte anni, conducono l’artista a declinare tale percorso in un’opera.

Perché anche un semplice tratto o un banale taglio nella tela possono raccontare molto a chi ha competenze per andare oltre la superficialità dell’immagine e alla banalità della prigionia del tempo.

Chiedere conto del tempo o non comprendere ciò che si ha davanti non è mai problema dell’arte, ma di chi non è capace di comprenderla.

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