LA BIENNALE E LA BELLEZZA

La Biennale e la bellezza

In molti parlano di assenza della bellezza alla Biennale di Venezia, di anti arte, di opere che non sono belle e di artisti non all’altezza; ma cos’è la bellezza? E perché chi critica, anziché tenersi lontano centinaia di chilometri da Venezia, propone eventi collaterali in loco, sfruttando proprio ciò che tanto critica?

di Pasquale Di Matteo

Citando il tema dell’americano Ralph Rugoff, Direttore Artistico della 58esima Biennale di Venezia, “… Questi sono comunque tempi interessanti da vivere”.

Come a voler dire che l’arte contemporanea sta vivendo un periodo di incertezza, di insicurezze che non fanno gridare al miracolo, né a ritenere che “questi siano anni straordinari”.

Infatti, straordinari non lo sono affatto!

Viviamo un momento in cui l’arte è diventata prevalentemente speculazione, dove i grandi possidenti, le famiglie facoltose e gli appassionati d’arte con grandi disponibilità economiche non si accorgono più del talento, perché si interessano a un artista soltanto quando questi raggiunge cifre da capogiro.

E qui, la colpa è in larga parte da attribuire alle gallerie, perché se un tempo i collezionisti si fidavano della selezione fatta dal gallerista, ed erano certi di acquistare opere di pittori interessanti, in prospettiva futura, oggi che le gallerie fanno esporre chiunque, purché paghi, tutti ci pensano cento volte, prima di investire su di un artista.

Di fatto, chi si pone come amico di tutti gli artisti è il male più oscuro che gli artisti stessi possano incontrare.

Perciò, l’arte vive anni di strumentalizzazioni politiche, di pittori che devono essere prima di ogni altra cosa degli abili commerciali, dei filibustieri, dei mercanti, capaci di tessere trame più o meno lecite per raggiungere gli eventi di livello, attraverso i quali aumentare il proprio valore.

Che non sia un bel periodo, lo dimostra il fatto che l’arte italiana, in questo momento, conta circa per l’uno per cento nel mondo, noi che vantiamo, a occhio e croce, poco meno dell’ottanta per cento del patrimonio culturale di tutto il pianeta.

Comunque, almeno alla Biennale, tra i 79 artisti partecipanti, esposti sia all’Arsenale, sia ai Giardini, qualcosa di interessante c’è.

Gli Italiani sono soltanto due, due donne: Lara Favaretto e Ludovica Carlotta, circostanza che, qualora ve ne fosse bisogno, incide il coltello nella piaga.

Gli artisti selezionati espongono sia all’Arsenale, sia ai Giardini, in un susseguirsi di opere per lo più “installatorie”, in cui spiccano il braccio meccanico che si agita su una sostanza rosso sangue, dei Cinesi Sun Yuan e Peng Yu, esposto ai Giardini, e le opere di Tavares Strachan, dedicate al primo astronauta di colore morto in missione.

Inutile girarci intorno, anche quest’anno la Biennale di Venezia ha sollevato più critiche che apprezzamenti, ma siamo certi del fatto che non si faccia più arte a Venezia, come detto da qualcuno?

La Biennale di Venezia, in fondo, è da decenni il momento in cui vi è la massima esaltazione delle avanguardie, di quell’arte concettuale tale per cui le persone intelligenti sono spinte a porsi domande.

Non sarà che le critiche si sollevano perché la media intellettiva, e soprattutto culturale, della società contemporanea non è certo ai massimi storici? Non sarà colpa dell’ignoranza generale e dell’endemica incapacità di empatia, di immedesimazione, di comprensione, a far ritenere scarse opere che dovrebbero denunciare, raccontare e affrontare problemi anche scomodi del vivere?

Ci si lamenta del fatto che alla Biennale non ci sia più spazio per la bellezza.

Ma cos’è la bellezza?

Il realismo? L’Iperrealismo? Una tecnica da accademia? Oppure l’informale, la poetica di un’opera o l’astratto che fa sorgere domande e solletica l’anima?

E chi si assume la responsabilità di definire la propria visione verità assoluta, in base a che cosa?

Oltretutto, quasi tutti gli addetti ai lavori che si scagliano contro la mancanza della bellezza alla Biennale li ritrovi poi a Venezia, in eventi collaterali creati proprio in virtù dell’evento che criticano, mentre, anche solo per coerenza, dalla città sul mare dovrebbero tenersi il più distante possibile.

Una settimana fa, mi telefonava un’artista, dicendosi sconvolta per il fatto di aver accettato di inviare un quadro alla Biennale di Venezia, in forma gratuita, salvo scoprire in seguito che il contratto che aveva firmato era relativo a un evento che con la Biennale non aveva nulla a che fare, ma si trattava di uno dei tantissimi eventi collaterali proposti a chiunque, purché si riempiano sale altrimenti vuote di palazzi secondari, spesso in larga parte fatiscenti, ma che vengono dati in gestione a curatori, associazioni e gallerie, pagando a costoro lauti compensi, per sfruttarli proprio durante il periodo della Biennale.

Più artisti vengono a Venezia, con i loro accompagnatori, amici e parenti, più lavorano esercenti di ogni tipo, perciò le istituzioni finanziano queste iniziative, poi spacciate per gratuite.

Poi ci sono anche altre dinamiche, ma che sarebbe troppo lungo spiegare in tale sede e si rischierebbe di uscire dal tema.

Il problema è che proprio chi critica la Biennale di Venezia dimentica di dire, perché lo sa benissimo, che, mentre partecipare all’evento reale, all’Arsenale o ai Giardini, su invito della Direzione Artistica, significa dare una svolta significativa alla propria carriera, piaccia o non piaccia, partecipare agli eventi collaterali non cambia di una virgola il curriculum di nessuno, proprio per il fatto che non esiste selezione, ma nello stesso luogo espongono praticamente tutti.

E’ ancora interessante partecipare a qualche evento all’interno dei padiglioni esteri che circondano l’evento stesso, che spesso vengono affittati in parte, perché la delegazione di quel Paese, all’ultimo momento, decide di non poter o di non voler più pagare l’interno affitto accettato al tempo della prenotazione.

Si è scritto che persino le opere che affrontano la questione del razzismo sembrano più forzate che dettate dal trasporto emotivo degli artisti, ma siamo certi che se ci fossero state incisività e forza nel messaggio qualcuno non le avrebbe giudicate inopportune, visto il momento attuale?

E’ probabile che la Biennale di Venezia, quella ufficiale dei settantanove partecipanti, non sia altro che lo specchio della nostra società, in cui molti problemi andrebbero denunciati e affrontati, ma che nessuno ha il coraggio di prendere di petto, per non ritrovarsi solo e isolato dalla società stessa.

L’uomo occidentale moderno è stretto tra gli oggetti di cui si è circondato, come maschere da indossare ogni giorno, e i debiti che ha contratto per acquistarli; inoltre, la società del progresso genera controindicazioni gravissime, come l’emarginazione di chiunque non riesca a tenere i ritmi produttivi, oltre a un costante aumento della povertà.

Siamo certi di essere pronti a opere più incisive?

Mentre, ponendosi in un’ottica opposta, le critiche che provengono da vecchi uomini dell’arte, da artisti navigati e professionisti del settore con molte, forse troppe, primavere sulle spalle, sono comunque positive, poiché chi propone avanguardia dovrebbe preoccuparsi solo nel momento in cui il vecchiume non si lamentasse e giudicasse invece notevole quanto proposto.

L’avanguardia deve colpire, suscitare sgomento, sollevare dubbi e domande, altrimenti è normalità!!!

Ovviamente, tale discorso non vale per chi pretende di spacciare per arte l’atto di urinare davanti ad altre persone in luoghi pubblici, cosa che non merita niente di più di questa semplice puntualizzazione.

Ultimo accenno alla bellezza…

Parlare di bellezza, giudicando arbitrariamente bello quanto prodotto da chi si è invitato, mi sembra un modo meschino di fare arte, perché si fa credere a quegli stessi artisti di essere presi in considerazione dal famoso critico, curatore o gallerista, salvo poi scoprire che si è solo uno dei tanti invitati e che si è importanti giusto lo spazio dell’evento, fino a quando non verrà proposto di spendere dei soldi per fare altro, o per acquistare un libro, al ritiro dell’opera, magari puntando a toccare l’animo dell’artista, proprio in virtù del fatto di aver esposto gratis, pensando di essere stato selezionato perché migliore di altri.

 

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