IL PAESAGGIO NELLA PITTURA CINESE

Il paesaggio nella pittura cinese

L’Arte cinese si è espressa per millenni attraverso molte forme e il paesaggio mostra tutte le declinazioni di una cultura a noi ancora non pienamente conosciuta e difficile da comprendere.

di Pasquale Di Matteo

Gli Occidentali hanno sempre visto nel sogno americano i bagliori del futuro e contorni di progetti da materializzare, ma in Cina si discuteva già di Filosofia quando l’Europa aveva abbandonato le caverne da poco e gli Stati Uniti erano distese di terre incontaminate.

Una storia lunghissima, condizione che ha permesso alla Cina di respirare molteplici influenze culturali, sia attraverso i vari domini che l’hanno governata, sia per la vastità del territorio, che ha racchiuso in un’unica nazione popolazioni eterogenee.

Non ci si può approcciare all’arte cinese se non si comprende come in Cina siano state fondamentali le filosofie che più di tutte hanno attraversato i secoli della sua storia: Buddismo, Confucianesimo, Taoismo.

Ho volutamente utilizzato il termine filosofie e non religioni, poiché, se è vero che il Buddismo è una religione, per la cultura cinese, lontana da ogni visione monoteista, anche il venerare è vissuto come una filosofia di vita, una parte fondamentale del fluire di tutte le cose.

Mentre il Buddismo ha trovato proselitismo per secoli su tutto il territorio dell’impero, Confucianesimo e Taoismo si sono divisi rispettivamente i territori del Nord e quelli del Sud.

Non a caso, persino nelle arti marziali si evince questa profonda dicotomia, tra la cultura rigida e disciplinata del burocrate e uomo di Stato, Confucio, e quella taoista, più intimista e attenta ad andare oltre lo strato apicale delle cose, dove il Nord ha visto la nascita di forme di difesa in cui prevalgono movimenti ampi e potenti, disciplinati e ordinati in serie infinite di tecniche, come gli stili Shaolin e Wu Shu, mentre al Sud nascevano metodi fondati sulla sensibilità e il saper sfruttare la forza dell’avversario, come il Wing Chun e il Pa Kua.

Persino la storia politica della Cina deve molto all’influenza di queste correnti filosofiche, che hanno visto da sempre le micce rivoltose scatenarsi nelle zone in cui a prevalere era il Taoismo, più incline al valutare l’eterno divenire e a mettere in discussione ogni rigidità e forma di prevaricazione.

PASQUALE DI MATTEO THEOPA

Tali espressioni si evidenziano anche in molti ambiti dell’arte cinese, soprattutto nelle opere pittoriche paesaggistiche, in cui prevale sempre l’aspetto interiore dell’artista e solo in secondo piano risulta la raffigurazione in sé.

A prevalere non è il paesaggio, ma come il paesaggio vive nell’animo del pittore e ciò che l’immagine trasmette, a livello di sensazioni ed emozioni.

Si afferma l’elaborazione dell’artista, che dipinge l’armonia che riesce a cogliere tra gli elementi naturali e il proprio essere, in una consonanza tra spirito e natura che riporta l’uomo alla sua essenza più primordiale.

Maestri del calibro di Li Sixun (699-760), Jing Hao (855-915), Henan Dong Yuan (900-962), Juran (919-967), hanno creato vere e proprie correnti pittoriche del paesaggio, ora esclusivamente dipinto a inchiostro nero, altre volte con diverse cromie, ma sempre esaltandone l’aspetto spirituale e onirico della scena, in un manifestarsi di raffigurazioni surreali, spesso sfondi ideali per frasi e racconti.

Nell’arte cinese, d’altronde, la simbiosi tra uomo e natura esalta la propria fondamentale importanza anche nella sistemazione dei giardini, che segue regole ben precise, in cui a farla da padrone è l’armonia tra tutti gli elementi, in una costruzione spesso artificiale di ambienti naturalistici ideali per l’esaltazione spirituale dell’essere umano.

L’aspetto introspettivo e di elaborazione spirituale di ciò che viene dipinto non è esclusiva, tuttavia, del paesaggio, ma riguarda l’intera produzione artistica cinese.

Infatti, già nel 500 circa, Xie He formulò il primo catalogo d’arte cinese, elencando una serie di parametri per la valutazione delle opere, che sarebbero poi state adottate per secoli per criticarle, ovvero: capacità di consonanza dello spirito; metodo nell’uso del pennello; fedeltà delle forme ritratte; fedeltà dei colori dell’oggetto ritratto; attenzione alla disposizione degli elementi; capacità nel riprodurre copie.

Non a caso, al primo punto Xie He pose proprio l’aspetto spirituale e più intimista dell’artista, prima della tecnica e della capacità pittorica.

Persino la massima dimostrazione di competenza tecnica, cioè quella del riprodurre altre opere, restando fedeli a quelle originali, viene posta come ultimo punto di analisi, in primo luogo perché lo spirito e la simbiosi tra artista e natura è prevalente, in second’analisi, perché nell’arte cinese non c’è mai stata una mania di ricercare originalità e stili sempre nuovi, ma semplicemente desiderio di raccontare l’anima di chi e di cosa si dipinge.

Nella pittura cinese, inoltre, pur essendo rispettata e tramandata per secoli, la tecnica pittorica in sé non è mai stata motivo di primato tra pittori e artisti in genere; dimostrazione di ciò è il fatto che, già dai tempi della Dinastia Song, intorno ai primissimi anni del secondo millennio, divenne comune il pensiero che il vero artista non fosse quello uscito dalle accademie, o quello che lavorava su commissione nei palazzi, ma il pittore che coltivava la propria passione a prescindere dal suo incarico ufficiale.

Tale dicotomia tra pittori professionisti e dilettanti è giunta fino ai giorni nostri, regalando al mondo opere di inestimabile valore prodotte da entrambe le correnti.

Nelle opere paesaggistiche, il valore della raffigurazione è esaltato dall’aspetto spirituale e dalla filosofia, che da secoli regola l’eterno divenire di ogni aspetto della cultura cinese.

L’Arte cinese, fin dalla vera e propria mania scoppiata in Europa durante il diciannovesimo secolo, e alimentata dalla via della seta, ha influenzato molte correnti e diversi artisti della Storia dell’Arte, compresi esponenti di quella Contemporanea.

 

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