L’ARTE SEMPLIFICA IL PROPRIO TEMPO

L’Arte semplifica il proprio tempo

Nella Storia, gli artisti sono sempre stati oggetto di attenzioni particolari da parte di despoti, regnanti e dittatori di vario genere, perché l’Arte ha la capacità di veicolare un racconto in una sintesi pittorica, scultorea o coreografica, semplificando per le masse gli aspetti più intrigati.

di Pasquale Di Matteo, Critico d’Arte

La vita dell’artista è da sempre non facile, a volte per la mancanza di liquidità, altre volte, al contrario, proprio per la forte influenza sulle masse.

L’Arte, d’altronde, può scavare nei meandri più nascosti della società, fino a portare alla luce quanto nascosto dalla propaganda, dal sentire comune, dal politicamente corretto o dagli stereotipi, veicolando il messaggio attraverso immagini, scritti, sculture che hanno una potenza comunicativa impossibile da arginare.

Nel nostro recente passato, durante il Fascismo l’Arte fu un fattore di forti tribolazioni all’interno del regime e delle varie istituzioni del settore, perché, se da un lato il Partito Fascista puntava a investire nel mondo dell’Arte per proporre al mondo un’immagine dell’Italia potente e austera, ingraziandosi anche artisti rinomati al tempo, il rovescio della medaglia stava nell’arginare i giovani, che chiedevano di proporre linguaggi diversi.

Sul finire degli anni venti, il governo fascista intraprese notevoli sforzi economici per promuovere concorsi e rassegne espositive, creando anche nuovi enti preposti.

Ovviamente, l’intento era principalmente quello di portare la propaganda a un livello più elevato, sfruttando la raffinatezza di un contesto riconosciuto universalmente nel mondo dell’estetica, perciò lo stato fascista emanò una serie di leggi che riorganizzavano tutto il settore, sottraendo ogni tipo di potere decisionale agli organismi già presenti dalla fine del secolo precedente.

Nel 1929, fu emanata una legge che riconosceva al Sindacato fascista delle Belle Arti il potere decisionale in merito a esposizioni e mostre d’arte; fu sostanzialmente riordinato l’intero settore, istituendo un controllo capillare su tutta la Penisola, con l’istituzione di mostre a livello locale.

Con tale riforma del settore, le stesse Accademie venivano esautorate di ogni libertà di promuovere mostre o altre iniziative.

L’istituzione di mostre regionali e più capillari, a livello locale, fu una mossa pensata per scovare nuovi talenti in un bacino d’utenza diverso dai soliti musei e ambienti artistici, frequentati da pittori blasonati e conosciuti, che offuscavano gli sconosciuti, non permettendo neppure loro di esporre.

Perciò, in tal senso, la riforma ebbe un aspetto positivo, perché diede la possibilità a molti giovani sconosciuti di potersi mettere in mostra.

All’epoca, le rassegne d’arte più importanti del Regno d’Italia erano: la Quadriennale d’Arte e la Biennale d’Arte, quest’ultima a carattere internazionale.

Il Sindacato Nazionale Fascista di Belle Arti organizzò una manifestazione a cavallo tra le due più famose, ma, anche a causa della rivalità con, e tra, la direzione della Biennale e della Quadriennale, l’intero impianto della riforma naufragò, senza dare i frutti sperati.

La mostra del Sindacato si tenne dal 28 aprile al 28 maggio 1933, organizzata dal segretario sindacale, Antonio Maraini, che immaginò proprio di dare vita a un evento che facesse da ponte tra la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma, colmando gli anni di vuoto tra le due manifestazioni e scovando nuovi talenti che, altrimenti, sarebbe stato impossibile far esporre in altri contesti di prestigio.

Maraini fu assalito da un’infinità di polemiche, accusato di aver creato un doppione della Quadriennale, di volerne ledere il valore istituzionale, tanto che sul “Tevere” e su “Perseo”, periodici fascisti, fu scritto addirittura che il Segretario del Sindacato Fascista delle Belle Arti puntava a boicottare la manifestazione romana.

La mostra, che esponeva opere selezionate dalle giurie regionali del sindacato, presentava nomi ancora sconosciuti, del calibro di: Lucio Fontana; Renato Guttuso; Aligi Sassu e Dino Basaldella.

IL CORRIERE DELLA SERA si scagliò ancora più duramente contro la rassegna, non tanto per i motivi di sovrapposizione con quanto già presente, ma perché le opere proposte erano di sconosciuti e si discostavano non poco dai canoni della bellezza dell’epoca, andando a minare quelle che erano consuetudini che era meglio non calpestare.

Qualche anno più tardi, anche la nuova impostazione de “LE ARTI”, rivista pubblicata dalla Direzione Generale di Antichità e Belle Arti, che vedeva giovani critici e scrittori edulcorare sull’arte di nuovi maestri della pittura contemporanea, fu apertamente criticata, poiché, secondo molti esperti dell’epoca, esaltare astri nascenti, che spingevano l’Arte verso il decadentismo, avrebbe provocato una perdita di identità nazionale e di spina dorsale che non si doveva permettere.

Perciò, le critiche al mondo dell’Arte, di qualunque natura, a seconda dei punti di vista, hanno sempre trovato eco.

Pensiamo alla negazione di Van Gogh da parte dei critici più affermati dei primi del novecento, o all’Arte considerata degenerata dal Nazismo.

E come dimenticare le critiche alle opere di forte impatto provocatorio di Lucio Fontana, con i suoi tagli, e di Piero Manzoni, con la sua famosa merda d’artista?

Negli anni ottanta, i critici affermati diffamavano Jean Michel Basquiat, mentre ora si parla di uno svilimento dell’Arte.

La verità è che, ogni volta in cui la Storia presenta un forte cambiamento, con periodi di scosse sociali, tribolazioni, persino guerre, gli artisti assimilano tutta l’angoscia generata, per poi declinarla in lavori che, proprio in questi frangenti, trovano vie innovative e coraggiose.

Ovviamente, quando si presenta qualcosa che non rispecchia i canoni e le regole condivise, inevitabilmente si finisce con il non essere compresi, se non da chi, oltre alla nozionistica, ha la sensibilità indispensabile per criticare.

Uno dei segnali che possono aiutare chi non mastica di colori e di stili è senza dubbio il clamore, più o meno elevato, sollevato da chi conta nel mondo dell’Arte e della politica in genere su un artista, un movimento artistico o una tendenza.

La paura è un meccanismo di difesa che massimizza all’ennesima potenza ogni facoltà sensoriale, ragion per cui gli artisti che denunciano, o peggio, propongono vie alternative, saranno sempre incompresi, in un primo tempo, fino a essere temuti.

Oggi, assistiamo a un momento in cui esiste un numero abnorme di pittori, di gallerie, di concorsi tra i più disparati, una stagione in cui non esistono più punti fermi, dove persino i Critici d’Arte più blasonati e gli Storici più famosi non esprimono più opinioni in base un pensiero, ma proporzionalmente alla cifra spesa dall’artista, in un triste carrozzone dove ogni cosa è legata al business.

Perciò, l’arte deve essere libera e, nella massima libertà espressiva, soprattutto in frangenti storici di forti tensioni sociali, è lecito attendersi il fiorire di strade nuove, di diverse visioni figurative.

E proprio attraverso tali nuove tendenze e forme comunicative, le masse possono attingere dalla superiore sensibilità dell’artista per meglio comprendere le dinamiche politico-sociali del nostro tempo.

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