CRITICI MODERNI: PSICOLOGI DEL COLORE

Critici moderni: Psicologi del colore

Il mondo dell’arte è una ressa selvaggia di gallerie, critici e storici che nuotano in un oceano infinito di pittori, in un tutto contro tutti dove, alla fine, non esce vivo nessuno.

di Pasquale Di Matteo (in arte Theopa)

Dopo lo scoppio dell’ennesima crisi economica, in questo mondo preso a calci dal turbo capitalismo, dal duemiladieci in avanti, il numero dei pittori è cresciuto in maniera esponenziale, fino a saturare il mercato dell’Arte con una quantità di opere debordante.

Ciò ha determinato, di fatto, uno dei fattori principali dello stallo nelle vendite che caratterizza la stragrande maggioranza di mostre ed eventi espositivi in genere.

I possibili acquirenti sono bombardati da troppe opere, troppi pittori uguali tra loro, tanto da non riuscire a individuare quelli su cui puntare per provare a effettuare un buon investimento.

 

Se poi consideriamo il fatto che non si vendono più abitazioni come un tempo e che le dimore di oggi sono costituite da ambienti molto meno spaziosi rispetto al passato, ecco che il quadro si presenta in tutta la sua drammatica desolazione.

A tutto ciò bisogna aggiungere il sorgere come funghi di gallerie, curatori e critici, che, facendo leva sulla voglia patologica di emergere di moltissimi pittori, fanno esporre e pubblicizzano chiunque purché paghi.

Nel caso dei critici, invece, il discorso è molto più articolato e parte da molto lontano, ovvero dalla comparsa della macchina fotografica.

 

Infatti, sono ancora in troppi quelli che definiscono bella un’opera e bravo un artista in base all’aspetto puramente visivo di un’opera.

Ebbene, una volta per tutte, quando sentite dire da qualcuno che un’opera è bella perché sembra una foto, quel qualcuno di arte non capisce nulla, oppure la sua cultura artistica non è andata oltre il diciannovesimo secolo.

Fino alla comparsa della macchina fotografica, difatti, tecnica, realismo e senso della vista erano fondamentali, poiché i pittori erano tali solo quando avevano la fortuna di incontrare due tipologie di committenti: la Chiesa e il nobile.

C’erano chiese da affrescare e ritratti per ricordare; in entrambi i casi, e in ogni situazione, si pretendeva che l’artista fosse capace di consegnare un lavoro quanto più vicino possibile a ciò che vedevano gli occhi, proprio perché non esisteva altra soluzione per ricordare un familiare, una gita, una costruzione, un paesaggio, né per rappresentare scene bibliche sui muri dei luoghi di culto cristiani.

 

Già con i movimenti che si rifacevano all’Espressionismo e al Surrealismo, il concetto di senso visivo assumeva contorni diversi da quanto visto fino alla metà dell’ottocento.

Da Picasso in avanti, infine, il percorso di destrutturazione del bello da vedere è stato definitivamente polverizzato dalla Storia e a ragion veduta.

Il grande pittore spagnolo, infatti, comprese che il ricordo era ormai lavoro per macchine fotografiche e fotografi e che il pittore doveva raccontare qualcosa di più sublime ed aulico per potersi elevare al ruolo di artista, perché anche la propria efficienza tecnica non restasse mero esercizio scolastico.

Il pittore non doveva più raccontare ciò che vedeva con gli occhi, ma le sensazioni e i sentimenti che gli scaturivano dentro dal vivere quotidiano, raccontando il proprio presente.

Perciò, oggi un’opera d’arte è tanto grande, di qualità e suggestione, tanto più riesce a trasmettere l’anima del suo autore, raccontando messaggi di spessore, non tanto ai contemporanei, ma soprattutto a chi verrà domani.

Un quadro deve saper sintetizzare emozioni, sensazioni, messaggio e racconto.

 

Ovviamente, proprio perché l’artista oggi è chi è capace di estroflettere la propria anima sulle tele, ecco che non è possibile non conoscere la grammatica del colore nel criticare un’opera.

Oggi, il Critico d’Arte deve necessariamente essere uno psicologo del colore, in grado di comprendere il perché di uno sfondo rosso, di una macchia blu, di figure stilizzate senza contorno, oppure contornate con i più diversi colori.

Il Critico d’Arte, oggi, deve saper osservare un’opera come lo Psicologo infantile giudica il disegno del bambino, cominciando dall’uso dello spazio, per poi tenere conto di tutte le dinamiche stilistiche.

La Scuola e la tecnica non sono certo da buttare via, ma non vanno più oltre il mero orpello, se non sono funzionali al racconto e alla trasmissione di un messaggio.

Ovviamente, se un pittore ha anche un elevato tasso tecnico, e con la propria bravura racconta il proprio tempo, ben venga, ma l’Arte non può più essere ritenuta tale quando ci si trova di fronte una sorta di fotografia priva di alcun messaggio, poiché l’Arte è tale quando diventa comunicazione.

Altrimenti, qualunque accademia potrebbe vantare centinaia di artisti; qualunque piazza d’Italia vedrebbe seduti agli angoli artisti, in quei ritrattisti che sembrano nascondere delle reflex tra le mani.

 

Niente di tutto ciò!
Artista, oggi, è chi riesce a parlare, a denunciare, a dare soluzioni attraverso un’opera, e un Critico d’Arte serio non può prescindere dall’abbandonare ogni gusto personale, ogni pregiudizio, ogni conoscenza storica, per creare la giusta e necessaria endemia e stabilire un contatto con l’anima dell’autore del lavoro che ha di fronte.

Il Critico d’Arte capace è quello che sa leggere l’anima dell’artista e, per riuscire in questa impresa, dono speciale riservato a pochi, è impossibile non essere Psicologi del Colore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...